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Un concorso poco ordinario

Si è molto parlato del test di selezione per i futuri insegnanti che si è svolto a maggio. Abbiamo pensato di raccogliere le reazioni di alcuni membri della redazione per stimolare una riflessione con i lettori.

Mauro Comoglio

Si è conclusa, il 28 maggio, la tornata di scritti per il Concorso ordinario per le classi di concorso A020, A026, A027, A028 e A041 in attuazione del Decreto Legge 73/2021.
Il concorso è balzato agli onori della cronaca per l’elevatissimo numero di bocciati e anche per una decisione condivisa da molti Uffici scolastici regionali: la proibizione di utilizzare carta e penna per risolvere i quesiti proposti in forma di test a risposta multipla.
Tralasciando ogni altra considerazione sulla opportunità di scegliere una siffatta forma concorsuale, sulla facilità o difficoltà dei quesiti proposti, chi scrive ha una sola domanda da porre: da quale motivazione nasce la direttiva che proibisce l’uso di carta e penna nel corso delle prove e per rispondere a quale esigenza?

Enrico Rogora

Ho provato a svolgere la prova del concorso senza carta e penna, come è stato chiesto ai partecipanti. Senza l’ansia di giocarmi il futuro, l’ho trovata piuttosto divertente, come quando, da sciatore agonista, ho provato per la prima volta gli sci per il telemark. Ma ho fatto il test e provato il telemark per gioco! Avrei trovato inaccettabile che gli sci per il telemak mi venissero consegnati subito prima di una gara di sci.

Con questo paragone vorrei esprimere quanto giudichi assurda la scelta di non permettere l’uso di carta e penna. Non si tratta di aver calibrato male la difficoltà degli esercizi, come le percentuali degli idonei sembra comunque suggerire, ma di aver imposto una concezione diversa della matematica e della formazione degli insegnanti: è come se si fosse deciso

improvvisamente che le gare non si fanno più con gli sci tradizionali ma con quelli per il telemark! Chi l’ha deciso e perché?
Con carta e penna costruiamo le rappresentazioni semiotiche degli oggetti matematici che siamo abituati ad utilizzare fin dalla scuola primaria per affrontare e risolvere i problemi. Senza carta e penna è necessario usare rappresentazioni diverse. A nessun direttore di gara verrebbe in mente di imporre materiali diversi da quelli con i quali si sono allenati gli atleti. Perché il Ministero l’ha fatto?

Francesco Boria

In principio fu il bando, con un comma tanto evidente quanto scontato: “i candidati non possono introdurre nella sede di esame carta da scrivere, appunti, libri, […]”. E ci mancherebbe altro. Poi, a procedura concorsuale già avviata, intervennero a raffica gli Uffici Scolastici Regionali. Con un avviso tutto dedicato alle discipline STEM. La stessa identica formula: “I quesiti sono stati redatti in modo da non necessitare l’uso di carta da scrivere e penna”. E così carta e penna furono vietate, come nelle migliori tradizioni distopiche. Ritengo, e non da oggi, che la scuola italiana debba avvalersi dei docenti più preparati e più motivati, che la selezione concorsuale debba essere rigorosa e seria, che al sapere scientifico, alla sua diffusione e alla sua accessibiilità, debba essere dedicata maggiore attenzione. Abbiamo bisogno tanto di docenti in grado di elaborare strategie risolutive, di progettare percorsi didattici, di costruire pensieri complessi quanto di una scuola che metta gli stessi docenti nelle condizioni migliori per poter fare bene il proprio lavoro.

Per farlo ognuno deve potersi avvalere degli strumenti più adatti che possano aiutare a migliorare e a migliorarsi. Aver vietato carta e penna ha significato semplicemente privare ciascun candidato proprio di quegli strumenti e non permettere loro di esprimere al meglio le proprie capacità e le proprie potenzialità.

 

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